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Si tornò a correre sull'isola di Man nel 1920, su un circuito in parte modificato, che portava lo sviluppo dell'intero tracciato a 60,723 chilometri, con la bellezza di 256 curve.
Nel 1922, anno in cui il Tourist Trophy automobilistico venne definitivamente abolito, per l'eccessiva pericolosità del tracciato, Bennett, sulla Sumbeam, girò a oltre 90 km/ora di media, per l'esattezza 93,838 km/ora. Il primo giro a 60 miglia all'ora venne fatto registrare, nel 1924, da Jimmy Simpson, in sella a una AJS 350.

Lo stesso Simpson portava il record, nel 1926, a 70 miglia all'ora (112,651 km/ ora) e riusciva ulteriormente a migliorarlo, con la Norton, nel 1931, portandolo a oltre 80 miglia all'ora (circa 130 km/ora).
In questo turbinio di record, il Tourist Trophy acquisiva popolarità e fama anche al di fuori dei confini inglesi. Il suo infido, pericoloso tracciato era un richiamo irresistibile per i piloti e le Case motociclistiche di mezzo mondo, che lo consideravano ormai come la più qualificante prova motociclistica dell'epoca. Anche fabbriche e piloti italiani tentarono l'avventura: tra questi ricordiamo, nel 1924, il futuro campione automobilistico Achille Varzi, che, alla guida di una Dot, partecipò alla junior TT, non riuscendo però a portare a termine la massacrante maratona.
Per nulla scoraggiato, Varzi ci riprovava l'anno successivo, questa volta in sella a una Sumbeam 350, ma era ancora un nulla di fatto; nel 1926, però, passato nella classe Senior, con la Sumbeam 500, otteneva un sofferto, quanto meritato ottavo posto, risultando il primo italiano della storia ad avere concluso il terribile Tourist Trophy.
Da sottolineare, in questa edizione, la generosa, quanto inutile, prova di Pietro Ghersi, che, in sella alla Guzzi 250, giungeva secondo nella classe Lightweight (250 ce), ma veniva squalificato per aver usato una candela di accensione di tipo diverso da quello dichiarato alla punzonatura.



 
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